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Se verrà la guerra…

Pubblicato: 13 gennaio 2016 in Senza categoria

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Isis, Medio Oriente e Europa in tre incontri a Carrara

 

Un ciclo di incontri con giornalisti, esperti, testimoni diretti dei conflitti in Medio Oriente per capire cosa è l’Isis, chi lo finanzia, chi lo combatte, cosa sta succedendo in Turchia, in Siria e infine le conseguenze di tutto questo in Europa, in termini di migrazioni, frontiere, politiche di controllo e repressione. È “Se verrà la guerra”, iniziativa promossa da Anpi Massa Carrara, Arci Massa Carrara, Filctem Cgil Massa Carrara, Funzione Pubblica Cgil Massa Carrara, Rifondazione comunista Massa Carrara, Areaglobale, Csoa Casa Rossa, Collettivo Harlock e Coordinamento toscano per il Kurdistan e che prenderà vita nella biblioteca civica di Carrara a partire dal 16 gennaio, una data non proprio casuale.

Era il 16 gennaio del 1991, infatti, quando gli Usa sganciarono le prime bombe sull’Iraq dando inizio con la guerra del Golfo a un conflitto permanente che si trascina fino ad oggi, 25 anni dopo, e di cui la strage di Parigi rappresenta solo la punta di un iceberg. Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Palestina, oggi sono solo alcuni dei tanti teatri di un conflitto che ci riguarda direttamente.

Durante gli incontri quindi si parlerà proprio di questo: del Medio Oriente, del terrorismo islamico, del popolo curdo, dei profughi, delle frontiere e delle politiche europee. Ci saranno relatori come Gabriele Proglio, docente presso l’Università di Tunisi El Manar, Alessandro De Pascale, reporter di guerra e scrittore, Ferat Ak, dell’ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia, Marco Rovelli, scrittore e musicista, Youssef Sbai, vicepresidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia, Felice Mometti, collaboratore de Il Manifesto, e molti altri.

L’iniziativa partirà, appunto, sabato 16 gennaio con il primo incontro: “Il Medio Oriente al tempo dell’Isis”, a cui parteciperanno: De Pascale, Proglio e Maurizio Brotini, segretario confederale Cgil Toscana (modererà Luca Galassi, giornalista e documentarista). Si parlerà della nascita e evoluzione dello Stato islamico, del conflitto ideologico tra sunniti e sciiti, del vuoto di potere lasciato in Iraq dopo il ritiro degli Usa, degli wahabiti-salafiti sauditi nel sostegno ideologico e finanziario al Califfo, e inevitabilmente del conflitto siriano.

Il sabato seguente, il 23 gennaio, con “L’opzione curda tra resistenza e autonomia” si parlerà della resistenza di questo popolo, famoso per le sue guerrigliere che continuano a guadagnare terreno contro l’Isis nel Rojava, nord-est della Siria, mentre in Turchia devono difendersi da un vero e proprio massacro. Un popolo che nonostante questi attacchi, all’insaputa del resto del mondo, sta portando avanti un nuovo modello di società: il confederalismo democratico basato su autonomia, pluralismo politico, ecologia e parità di genere. Interverranno Ferat Ak, Marco Rovelli e Martina Bianchi della Rete Kurdistan Italia e dottoranda di ricerca presso il dipartimento di Scienze giuridiche dell’università di Pisa (modererà Melania Carnevali, giornalista).

Il 30 gennaio, infine, prenderà vita il terzo e ultimo incontro: “Restiamo umani. Politiche europee tra controllo e repressione”, dove si parlerà di profughi, frontiere e politiche europee con Youssef Sbai, Felice Mometti e Paolo La Valle, collaboratore di Giap, rivista on line del progetto Wu Ming Foundation (modererà Matteo Bartolini, presidente provinciale dell’Arci).

Gli incontri inizieranno tutti alle 17.

Noi pirati, Voi ammutinati

Pubblicato: 1 dicembre 2015 in Senza categoria

Nell’ennesimo valzer di poltrone per cercare la ricostruzione di una verginità oramai perduta, sale anche un altro nome dell’illustre carrozzone che la politica locale ha prodotto, “l’illlustrissimo” Lucio Boggi che oramai, non più in linea con la maggioranza, ha deciso di ammutinarsi per trovare consensi in chissà quale altra isola.

Ci chiediamo cosa non sia in linea con ciò che anche il sig. Boggi ha prodotto per questa città? Forse l’azzeramento dei luoghi culturali? Cinema, teatri e luoghi di aggregazione sociale o le più martoriate scuole o istituti che ad oggi vertono in condizioni mostruose su tutto il territorio, fatiscenti e pericolose. Oppure la devastazione ambientale che aleggia sulle nostre teste da ormai troppo tempo, o ancora le oramai troppe morti sul lavoro (e non solo) che nel 2015 avrebbero potuto essere evitate o contenute?

Ci chiediamo quindi quali possano essere le proposte che arriveranno da uno degli sciacalli della politica locale che rassomiglia sempre più all’armata branca leone.
Quello che chiediamo a questi politicanti da strapazzo è di andarsene dalle amministrazioni della nostra città senza farsi più vedere, di cambiare attività, perche questa città non gli appartiene più oramai da tempo.

Collettivo Harlock

Eravamo anche noi presenti a Torino mercoledì e per questo vogliamo ribadire la nostra solidarietà agli studenti ed alle studentesse antifasciste che mercoledì 25 Novembre hanno saputo resistere e rispondere alla presenza intollerabile dei fascisti del FUAN e dalla loro solita scorta di celerini e digos (che hanno addirittura preteso di controllare i documenti a chiunque volesse entrare nell’università!) all’interno del Campus luigi Einaudi.

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Alla loro presenza ed al tentativo di volantinaggio la determinata risposta degli studenti è stata quella di sanzionare l’aula che da troppo tempo è in loro ed esclusivo possesso. Durante il pomeriggio i soliti sono tornati accompagnati questa volta anche dal consigliere comunale torinese Marrone (Fratelli d’Italia- ex fuan) ed hanno nuovamente tentato un comizio, così gli studenti antifascisti sono tornati nuovamente ad impedire che ciò avvenisse. Dopo qualche scambio verbale acceso il consigliere comunale ha addirittura aggredito uno dei contestatori.

Infine in serata c’è stato un tentativo da parte delle forse dell’ordine di sgomberare l’aula C1 che si è concluso con un nulla di fatto solo grazie alla pronta risposta sia degli studenti che si sono barricati all’interno che alla presenza dei solidali subito accorsi in almeno un centinaio per impedire che ciò avvenisse.

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In risposta la digos ha però identificato tutti e 38 i quali si erano chiusi dentro.

Continuiamo quindi a ripetere la nostra vicinanza a queste lotte ed la nostra avversione ad ogni politica repressiva, soprattutto quando operata dentro i luoghi del sapere che dovrebbero essere vasche di fermentazione per la ragione e l’antifascismo e non per fascisti e polizia.

Per un resoconto più esaustivo lasciamo spazio all’intervista che abbiamo potuto raccogliere da una studentessa che ha vissuto il tutto in presa diretta, la sera stessa.

ascolta l’intervista

questo invece è il comunicato del CUA (collettivo universitario autonomo) di Torino

 

 

Leggi in italiano

ÊDÎ BESE! It is NO pronounced by those who live the front of the Kurdish resistance. And it’s the same which we want to say to a global conflict which feeds on human lives.

vostre guerre nostri morti

Approach to an analysis of the events after last Friday night in Paris means refer to a large amount of complex subjects which intersect each other. A possible way, allowing not to exclude anything – the human, the political, religious, the economic one and the migration one, both in and over national level – without being trapped only in narration, is to start from those places and people who fight for self-determination and independence and understand who and what is this NO addressed to. Then, it turns out that ISIL, Assad’s Syria and Erdogan’s Turkey, along with their allies, more or less obvious, are the recipients of that NO, or “Enough is enough”, which is not else as kurdish declination of “Ya Basta!”, the battle cry of the indigenous peoples of Chiapas.
Our perception of ISIS, as made by the mainstream media in the West, is of an unshaped enemy with no body, no face; a purpose-built imaginary by ISIL organisation itself, supported by Western information agencies, functional to the narrative that turns Europeans malleable to easy xenophobic and militaristic accelerations, to the dichotomous Christians Vs Muslims opposition and, consequently, the legitimation of, military or not, overpowering intervention with the only real motive to protect economics and hegemonic business, arose on the ruins of entire populations, to the detriment of freedom and fundamental rights of every living being. The goal of creating a state of terror, hatred and criminalization of an entire part of society, minimizing the affair to a religious or a civil clash, means nothing but reinforce the xenophobic right wings which are taking over across Europe. The same Europe which doesnt take into account those who, like Erdogan, winks ISIL and equips it with arms to fight Kurds who tries to oppose the Caliphate’s barbarity, or the – not so underhand – affair among Putin and Assad to “contain” ISIL advancement. The same Turkey, enemy of the Kurdish autonomy as much as Daesh, author and often complicit in the massacres consumed in the territory squeezed between Syria, Turkey and Iraq, home to the G20. While Syrian people – the highest percentage in the migration flows to Europe – remains in the grip between the Assad dictatorship and terror of ISIL.

It ‘clear that ISIL is one of the actors of global conflict to control territories and oil business. In the heart of this conflict develops profits for the jackals of the arms traffic, the migration flows, the gains of easy change of public opinion for the consent hawks. We’re talking not only of xenophobic extremism, fascist and inhuman of Salvini and Le Pen but also and perhaps more important, for those democratic facade governments which propose themselves as a counterpart but which, actually, feed on intolerable affairs or unjustified interventions, as French military raid against Syria a few months ago, or even fertile ground for those dictatorships established in the Middle East and who suppress any attempt of emancipation and development of Arab societies. An example is the underhand agreement Renzi – Erdogan, which committed Turkey to retaining migration flows to Italy in exchange for the silence of the Italian press about what is happening in the refugees camps runned by Turkish where women and children are raped, people disappear apparently without any reasons, it is forbidden, using even death penalty, to use Kurdish speech, profits are made on refugees with a kind of embargo and the task to supply of basic necessities are assigned to “complacent” companies and prices are similar to those you pay in a luxury resort.

In short, a long chain of complicity and complacency in which it becomes difficult to distinguish between enemies and friends, of which ISIL (Islamic States of Iraq and Levant), Turkey and Syria are only the the iceberg tip. A huge system in which the Western powers hold the key role of omniscient directors: sometimes interventionists colonizers, when the economic or military control of the territory become indispensable to the maintenance of national economies and the power; other times peacemakers and exporters of democracy, when it’s needed to demolish not complacent dictatorial systems; now blinded and deaf viewers, when the revolutionary movements, based on the principles of self-determination, try to fight undemocratic governments, indirectly compromising the global system solidity because they can export an alternative vision.

That’s why we choose to read this story by expressing our solidarity with the revolutionary process started and practiced by the Kurds, an antidote to the conditions of misery and exploitation of which organizations such as ISIL feeds themselves, directly produced by the immune system of humanity, offering, both in theoretical than practical terms, a solid and real alternative answer to the dynamics so far experienced in the territories of the Middle East. Then we discover that ISIL and the PKK (Kurdistan Workers Party), are both registered in the black list of terrorist organizations of the European Union Coucil, shows this inability and political unwillingness to consider an affine classification of these two subjects. While ISIL feeds itself with instability, poverty, lack of education, unemployment, that the Western invasion has left in the territories, the feeling of revenge, the threat of a Europe who closes its borders to migratory flows; the Rojava project, supported by the PKK, withstands with a dream of coexistence between cultures, religions and ethnic groups, in the democratic confederalism theorized by Abdulah Ocalan, where school, environmentalism, equal rights between genders and autonomy are crucial foundations. The same treatment reserved by the international coalition for SYrian democratic forces: neither media nor even international diplomacy, seem to want to consider the existence of a complex of political balance and decreases, also in Syria, the dichotomous as contradictory trivialization “with ISIL or with Assad.”

ISIL is the westernmost of the actors of the Middle East conflict, as to be “almost” the only one – not to mention Iran – able to play a role in global conflict. The land on which ISIL grows, in the Middle East and in Africa, is the same that Western is preparing by the years with austerity, with the demolition of the welfare state, the downgrading of rights and freedoms, migrants and vulnerable people marginalization. Closed borders, just soon as migration flows to Europe were becoming more intense and “unmanageable”, it is a demonstration of how governments looks at the radicalization of immigration policies as the only strategy; stiffen the law to stop terrorism, without realizing that it is given only a response to the effect and not to the cause. But to whom should we close the borders? In fact, the self-styled Islamic State is not recognized in international law, much less has to be overlayed on the Islam that, from the start, has distanced condemning the barbarism of this terrorist organization. In fact, it is clear that the nationality of ISIL militants is not attributable to a particular state, and some of them have European nationality. We even wonder why, after the events in Paris, none talked about the attack in Lebanon, almost in parallel (all Muslims), perhaps because they are children of a “lesser God”? So we doubts that the action / reaction of France and Europe could be a political alibi of those who have an interest in keeping its scepter of terror, with the sole purpose of control. In fact, as we have seen recently, Jiahadist meet and grows inside most radical mosques and sometimes improvised in some sub-scale (as in Italy where there is no law that legitimate places of worship such as mosques), in prisons and uncomfortably places of our city. This is not about holy war, this is fanaticism. If we want to talk about holy war, then the only God in the name of which this war is being fought it has a name and it is only “capital”.

We believe that the effort has to be made right in the construction of a ground on which ISIL cannot take root, the same ground on which doesn’t take root the degenerate Salvini’s thesis on the alleged connection between terrorists and Muslims, Muslims and migrants, and for a kind of para-scientific transitive property, between terrorists and immigrants, according to which the closure of borders, or a tightening of controls and expulsion, may be the appropriate response to stem the danger of terrorism. We are convinced that missiles and bombs, whatever the hand that launches them, are fertilizer of this ground. We believe that the response needs to grow through self-organization of the people because, where open communities are organised, supportive and ready to dialogue – such as the Autonomous Regions of Rojava, the first one to fight ISIL, sometimes repelling and taking back their cities as Kobanî – there will be no space for hatred, neither the jihadist nor neo-fascist, nor for the terror. We believe that the time has come for the West to tell his own “enough is enough!”.
Just STOP, with feeling superior and untouchable, stop thinking that budget of a thousand deaths in Europe, a few thousand if you include the United States, should be valued more than the tens thousands of deaths, only in the Mediterranean sea, escaping wars that we ourselves have generated.
STOP! with the arrogance to choose revolutions or governments or systems to support or eradicate.
STOP! with the idea that the system we have created has to be defended at all.
We demand the right to get off the squares, take back the streets, take back our lives, not hiding and fomenting hatred and suspicion, because if we let people like Le Pen, Sarkozy, Gasparri, Salvini to be the answer to all this , “our war” will be lost.

We look at who is resisting an enemy that frightens us more than anything else in the world, look at the enemy with the same eyes of the women fighters of the YPG, through the eyes of those who defeated him despite the aversion of Erdogan and his army that massacred hundreds of Kurds in their own homes.

We reiterate our solidarity with all the families in that bloody Friday they lost loved ones, guilty only of living.

“Only people save people, only the peoples save the peoples”

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êdî bese! È il NO pronunciato da chi vive il fronte di resistenza curdo. Ed è il no che vogliamo dire ad un conflitto globale che si nutre di vite umane.

vostre guerre nostri morti

Approcciare ad un’analisi a valle dei fatti dello scorso venerdì notte a Parigi impone di affrontare una vasta quantità di sfumature e argomenti complessi e diversamente intersecati fra loro. Una strada possibile, che permette di non prescindere da ognuno di questi – da quello umano a quello politico, a quello religioso, economico e del fenomeno migratorio, anche sul piano internazionale – senza restare intrappolati nella sola narrazione, è quella di partire da quei luoghi e da quei popoli in cui si combatte per l’autodeterminazione e l’autonomia e comprendere realmente a chi e a cosa quel no si rivolge.
Allora si scopre che Isis, la Siria di Assad e la Turchia di Erdogan, insieme ai loro alleati, più o meno evidenti, sono i destinatari di quel NO, o meglio “E’ troppo!”, che poi non è che la declinazione curda del “ya Basta!”, il grido di battaglia delle popolazioni indigene del Chiapas.

La percezione che abbiamo di ISIS, così come reso dai media main stream in occidente, è quella di un nemico senza corpo, senza volto; un immaginario costruito ad hoc dall’organizzazione stessa di ISIS e sostenuto dall’informazione occidentale, funzionale alla narrazione che vuole l’opinione pubblica europea malleabile alle facili accelerazioni xenofobe e militariste, alla contrapposizione delle dicotomie cristiani/musulmani e, di conseguenza, alla legittimazione di interventi oppressivi –militari e non- che hanno come unico movente reale quello di tutelare interessi economici ed egemonici, sorti sulle macerie di intere popolazioni, a discapito della libertà e dei diritti fondamentali di ogni essere vivente. L’obbiettivo di creare uno stato di terrore, odio e criminalizzazione di un’intera parte sociale minimizzando la questione ad uno scontro religioso o etnico, non fa altro che consolidare le destre xenofobe che stanno prendendo piede in tutta Europa. La stessa Europa che non prende minimamente in considerazione chi, come Erdogan, strizza l’occhio all’ISIS e lo arma per combattere la popolazione Curda che prova a resistere alle barbarie del Califfato, oppure dall’altra parte la Russia Putiniana che passa, nemmeno troppo sottobanco, le armi ad Assad per “contenere” l’avanzata dell’ISIS.
La stessa Turchia di Erdogan, nemica delle autonomie curde tanto quanto Daesh, autrice e spesso complice delle stragi di vite umane, civili e non, che si consumano nei territori stretti fra Siria, Turchia e Iraq, ospita il g20. Mentre il popolo siriano – percentuale altissima nei flussi migratori verso l’Europa- è stretto nella morsa fra la dittatura di Assad e il terrore dell’ISIS.

E’ chiaro che ISIS è uno degli attori del conflitto globale per il controllo dei territori e del petrolio. Nel cuore di questo conflitto si generano profitti per gli sciacalli della tratta delle armi, dei flussi migratori, l’indotto dei facili spostamenti di opinione pubblica per gli avvoltoi del consenso. Non parliamo solo degli estremismi xenofobi, fascisti e disumani di Salvini e Le Pen ma anche e forse di più, per quei governi di facciata democratica che si propongono come contraltare alle derive dei precedenti ma che in realtà si nutrono di accordi sottobanco intollerabili o di interventi militari ingiustificati come il raid francese in Siria di qualche mese fa, o ancora terreno fertile per quelle dittature insediate nei territori del medio oriente e che soffocano ogni tentativo di emancipazione e sviluppo delle società arabe. Un esempio tutto italiano è l’accordo Renzi – Erdogan grazie al quale la Turchia si impegna a trattenere i flussi migratori verso l’Italia in cambio del silenzio della stampa italiana su quanto accade nei campi profughi a gestione Turca dove si stuprano donne e bambini, spariscono persone nel nulla, è fatto divieto, pena anche la morte, di parlare lingua curda e si lucra sui profughi imponendo una sorta di embargo, grazie al quale gli appalti di fornitura di generi di prima necessità sono assegnati a aziende “compiacenti” e i prezzi sono assimilabili a quelli che si pagano in un resort di lusso.

Insomma, una lunga concatenazione di complicità e compiacimento nella quale diventa difficile distinguere i nemici dagli amici, della quale ISIS (Islamic States of Iraq and Siria), Turchia e Siria compongono solamente la punta dell’iceberg. Un sistema immenso nel quale le potenze occidentali ricoprono il ruolo fondamentale di registi onniscenti: ora interventisti colonizzatori, quando l’interesse economico o di controllo militare del territorio diventano indispensabili al mantenimento delle economie interne e del potere; ora pacificatori ed esportatori di democrazia, quando si tratta di demolire sistemi dittatoriali non compiacenti; ora spettatori ciechi e sordi, quando i movimenti di rivoluzione, fondati sui principi di autodeterminazione, tentano di combattere governi antidemocratici minando indirettamente la solidità del sistema globale perché capaci di esportare un immaginario di alternativa possibile.

Ecco perché scegliamo di leggere questa vicenda esprimendo la nostra solidarietà al processo rivoluzionario innescato e praticato dal popolo curdo, un antidoto autoctono alle condizioni di miseria e di sfruttamento delle quali si nutrono organizzazioni come ISIS, prodotto direttamente dal sistema immunitario dell’umanità e che offre, sia sul piano teorico che su quello pratico, una solida e reale risposta alternativa alle dinamiche fino ad oggi sperimentate nei territori del medio oriente. Allora scopriamo che ISIS e PKK (partito dei Lavoratori del Kurdistan), sono entrambi iscritti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche del consiglio dell’Unione Europea che mostra in questo l’incapacità e la mancanza di volontà di valutare l’opportunità politica di una classificazione affine di questi due soggetti. Mentre ISIS si nutre dell’instabilità, della miseria, della mancanza di scolarizzazione, della disoccupazione, lasciate dalle occupazioni degli stati occidentali nei territori, del sentimento di rivalsa, della minaccia di un Europa che chiude le frontiere ai flussi migratori; il progetto del Rojava, sostenuto dal PKK, contrappone un sogno di convivenza fra culture, religioni e etnie diverse, nel confederalismo democratico teorizzato da Abdulah Ocalan, dove scuola, ecologismo, parità di diritti fra generi e autonomia sono fondamenti determinanti. Lo stesso trattamento è quello riservato dalla coalizione internazionale alle forze democratiche siriane: nè i media nè tantomeno la diplomazia internazionale, sembrano voler prendere in considerazione l’esistenza di una complessità di equilibri politici e si riduce, anche in Siria, alla banalizzazione dicotomica quanto contraddittoria “o con ISIS o con Assad”.

ISIS è il più occidentale degli attori del conflitto in medio oriente, tanto da essere “quasi” l’unico – senza dimenticare l’Iran – capace di avere un ruolo nel conflitto globale. Il terreno sul quale ISIS si riproduce, in Medio oriente come in Africa, è lo stesso che gli stati occidentali stanno coltivando da anni in casa propria con le politiche di austerity, con la demolizione del welfare, la retrocessione su diritti e libertà, la marginalizzazione dei migranti e dei soggetti deboli in generale. La chiusura delle frontiere, proprio quando i flussi migratori verso l’Europa si stavano facendo sempre più intensi e “ingestibili”, è la dimostrazione di come i governi vedano come unica strategia politica quella della radicalizzazione delle politiche sull’immigrazione; irrigidire i il codice penale per bloccare il terrorismo, non capendo che così si dà solamente una risposta all’effetto e non alla causa.
Ma a chi dobbiamo chiudere le frontiere? Infatti il sedicente Stato Islamico non è riconosciuto dal diritto internazionale e tanto meno va sovrapposto al mondo dell’Islam che, da subito, ne ha preso le distanze condannando le barbarie che questa organizzazione terroristica ha perpetrato fino ad oggi. Di fatto, è chiaro che la nazionalità dei militanti di ISIS non è riconducibile ad uno stato in particolare, tanto che alcuni hanno nazionalità europea. Ci chiediamo anche perché, dopo i fatti di Parigi, non si sia parlato dell’attentato in Libano, quasi in parallelo (tutti mussulmani), forse perché figli di un “Allah minore”? Allora ci sorge il dubbio che la azione/reazione della Francia e dell’Europa sia un alibi politico di chi ha interesse a mantenere proprio lo scettro del terrore, al solo fine del controllo. Infatti, come abbiamo potuto vedere negli ultimi giorni, i Jiahadisti si incontrano e si “formano” all’interno delle moschee più radicali e magari improvvisate in qualche sotto scala (come in Italia dove non esiste una legge che legittimi i luoghi di culto come le moschee), nelle carceri e nei luoghi di disagio delle nostre città, per questo vorremo sottolineare che non si tratta di una guerra santa. Se di guerra santa vogliamo parlare, allora l’unico Dio nel nome del quale questa guerra viene combattuta ha un nome solo ed è “capitale”.

Siamo convinti che lo sforzo debba essere fatto proprio nella costruzione di un terreno sul quale ISIS non attecchisca, che è lo stesso sul quale non attecchiscono le degenerate tesi salviniane sulla presunta coincidenza fra terroristi e musulmani, fra musulmani e migranti e, per para-scientifica proprietà transitiva, fra terroristi e migranti, secondo la quale la chiusura delle frontiere o un inasprimento di controlli ed espulsioni, potrebbero essere la risposta adatta ad arginare il pericolo del terrorismo. Siamo convinti che missili e bombe, qualunque sia la mano che li lanci, siano fertilizzanti del terreno di cui sopra. Siamo convinti che la risposta passi per l’autorganizzazione dei popoli perché, dove ci si organizza in comunità aperte, solidali e pronte al dialogo – come ad esempio le regioni Autonome del Rojava, le prime a combattere in prima linea l’ISIS, a volte ricacciandoli e riprendendo le proprie città come Kobane – non ci sarà spazio né per l’odio, che sia Jihadista o neofascista, né per il terrore. Siamo convinti che sia arrivato il momento per l’occidente di dire il suo “ora basta!”.
Basta, sentirsi superiori e intoccabili per cui un bilancio di un migliaio di morti europei, poche migliaia se si includono gli Stati Uniti, debba valere più delle decine di migliaia di morti, solo in mare, tra coloro che fuggono dalle guerre che noi stessi abbiamo generato.
Basta con l’arroganza di scegliere quali rivoluzioni appoggiare e quali debellare, quali governi, quali sistemi.
Basta con l’idea che il sistema che abbiamo creato sia quello da difendere ad ogni costo.
Rivendichiamo il diritto di scendere nelle piazze, riprenderci i locali, le strade, riprendere in mano la nostra vita, non nascondendoci e rinchiudendoci fomentando odio e sospetto, perché se lasciamo che soggetti come Le Pen, Sarkozy, Gasparri, Salvini siano la risposta a tutto questo, la “nostra guerra” sarà già persa.

Guardiamo a chi sta resistendo ad un nemico che ci spaventa più di ogni altra cosa al mondo, guardiamo quel nemico con gli stessi occhi con cui lo guardano scappare le guerrigliere del YPG, con gli occhi di chi lo ha sconfitto nonostante l’avversione di Erdogan e del suo esercito che ha massacrato centinaia di curdi nelle loro stesse case.

Ribadiamo la nostra solidarietà a tutte le famiglie che in quel maledetto venerdì hanno perso i propri cari, colpevoli solamente di vivere.

“Solo il popolo salva il popolo, Solo i popoli salvano i popoli”

Domani prenderà piede un corteo a Massa organizzato dal collettivo “Studenti in lotta”.

Quì do seguito il nostro comunicato:

Siamo al fianco degli studenti e delle studentesse di massacarrara e di tutta italia contro la scuola di Renzi e Alfano, contro i presidi padroni, contro le classi ghetto, i tagli alla cultura, contro un sistema scolastico che appiattisce e omologa. Siamo al vostro fianco a rivendicare il diritto ad una scuola che sia laboratorio di socialità e insieme propulsore delle abilità e del potenziale inividuale, una scuola che trasformi le differenze in valore aggiunto e non in motivo di discriminazione.
Siamo con voi a ribadire che gli studenti e le studentesse di oggi sono la società di domani e che finché ci saremo noi la scuola sarà pubblica, laica e solidale.
Collettivo Harlock con gli studenti in lotta.
https://www.facebook.com/events/1484823831848049/
  

A distanza di quasi un anno dall’8 Novembre scorso quando assediammo il comune in migliaia chiedendo al primo cittadino e alla giunta di abbandonare i loro posti di potere, il quadro è chiaro. Carrara non è un laboratorio politico come vorremmo intenderlo noi che agiamo la politica come espressione della volontà delle masse e come somma delle pratiche in grado di equilibrare i rapporti di forza tra le parti sociali. No. Carrara è una sorta di simulatore in cui il potere ha potuto per decenni muoversi fra interessi economici di cave, porto, speculazione edilizia e pubblici servizi, sostituendo al dialogo democratico il potere dei rapporti clientelari e fagocitando ogni genere di espressione di dissenso con una stretta di mano o un occhio strizzato.

Ed è il consiglio comunale di ieri pomeriggio ad aver chiarito in modo inequivocabile posizioni e metodi della classe politica carrarese, opposizione compresa.

All’unanimità ieri (eccezione fatta per l’astensione di Bienaimè e Menconi) il consiglio comunale ha approvato la mozione di FI riguardo l’adesione al Programma di Controllo del Vicinato. Senza soffermarci al fin troppo facile e forse superficiale accostamento alle ronde cittadine, vorremmo contestualizzare questa scelta in un processo più ampio di destrutturazione dei rapporti sociali e sostituzione di questi ultimi con l’esercizio del potere. A leggere il Programma di Controllo del Vicinato viene quasi da associarlo a quella visione romantica delle vecchie realtà di periferia in cui “tutti conoscono tutti” e i rapporti di buon vicinato fanno si che si possano lasciare le porte di casa aperte e i bambini a giocare per strada la sera. Ma una domanda viene da farsela: se questo aspetto della coesione sociale fosse ancora vivo, ci sarebbe bisogno di una promozione dall’alto o di aderire a “Programmi di controllo”? Diciamo di no. Quello che mette in allarme infatti è proprio il meccanismo di induzione alla base di queste proposte e essenzialmente si risolve in tre riflessioni.

Prima di tutto lo scenario attuale delle realtà di quartiere in cui i rapporti di buon vicinato sono quasi del tutto scomparsi se non addirittura rovesciati in relazioni insofferenti e distanti. In queste realtà lo spirito di cooperazione, fiducia reciproca e solidarietà fra le persone era quello che consentiva di percepire un alto livello di sicurezza; inoltre coesione e solidarietà sono quei presupposti alla base delle buone relazioni sociali che consentono processi di autorganizzazione finalizzati alla difesa o alla conquista dei diritti.
La seconda riflessione riguarda i processi che, grazie al contributo del bombardamento mediatico e alla progressiva destrutturazione delle politiche di welfare, hanno portato i singoli a barricarsi in un individualismo sempre più radicale provocato e alimentato dalla paura dell’altro che viene individuato come nemico numero uno seguendo la logica del dividi ed impera che oggi è alla base della comunicazione di chi detiene il potere. Questo processo (indotto volontariamente al fine di rompere l’unica arma vincente contro il potere: la coesione sociale) è il primo step dei un ulteriore terzo passaggio, vale a dire, quello della “sicurezza” che diviene una merce di consumo della quale si alza la domanda proprio da parte dei singoli. Quale miglior scenario per consentire a chi detiene il potere di introdurre dispositivi di controllo in ogni luogo in cui si svolge la vita quotidiana?

Allora si arriva a scenari aberrati come quello del consiglio comunale di ieri. La proposta di una forza di centro destra che chiede di soddisfare la domanda di sicurezza attraverso programmi che consegnano agli abitanti l’illusione di sentirsi legittimati a chissà quali gesta eroiche di difesa delle strade, viene non solo accolta di buon grado da tutte le forze politiche presenti, ma anche elogiata come frutto di quei principi trasversali ad ogni posizione politica.

Bene. Spieghiamo cos’è il Programma di Controllo del Vicinato.
Si tratta di un programma messo a punto da una serie di esperti tra criminologi, filosofi e sociologi che propongono una lettura semplificata dei fattori che possono concorrere al verificarsi di un crimine:

  • Bersaglio disponibile
  • Assenza di controllore capace
  • Presenza di potenziale aggressore

Quindi ci si propone di formare le persone di un quartiere, stimolandole a strutturarsi in un sistema gerarchico, con un responsabile designato come interfaccia tra quartiere e forze dell’ordine, istituzioni, nuovi vicini e vicini che non aderiscono al programma. Chi aderisce al programma dovrà imparare a riconoscere i tre fattori e soprattutto imparare ad agire sui primi due in modo da non creare le condizioni nelle quali si possa verificare un crimine.

Leggendo tutto questo a noi viene la sensazione di una deriva paramilitare di quello che una volta era il semplice e spontaneo rapporto di buon vicinato costruito su presupposti come “io ti do un pacco di zucchero e tu mi dai due uova fresche”.

Non tralasciamo anche l’aspetto puramente propagandistico della proposta che risponde alla domanda di sicurezza con un dispositivo, da un lato totalmente inefficace (potrebbe funzionare la dove le relazioni sociali non si fossero perse, ma a quel punto non servirebbe), dall’altro lato pericoloso (per i motivi di cui abbiamo parlato sopra). Aspetto propagandistico che porta i due consiglieri Bienaime e Menconi (provenienti da una cultura politica di sinistra) ad astenersi anzi che votare contrari.

Quello che vogliamo sottolineare è che una proposta simile, se analizzata nel dettaglio, fa rabbrividire esattamente quanto le Ronde Cittadine, semplicemente perché nasce dagli stessi presupposti e porta con se le stesse caratteristiche: è populista in quanto consegna alle persone l’illusione di doversi/potersi proteggere o fare giustizia da soli, è pericolosa in quanto induce ad un organizzazione paramilitare né cosciente né spontanea.

Detto questo vogliamo congratularci con tutte le forze politiche che non sono state in grado, nella seduta di ieri, di reagire all’aberrante teatrino del capogruppo di Forza Italia che si affannava a spiegare quanta distanza ci fosse tra il programma di controllo del vicinato e le ronde. Ve lo spieghiamo noi quanta differenza c’è: il PCV è talmente subdolo che perfino le forze di centro sinistra non si imbarazzano ad appoggiarlo mentre le ronde sono troppo esplicite e quindi non si possono adottare; ma dietro c’è la stessa mentalità, la stessa irresponsabilità: creare consenso attraverso il basso sistema della creazione mediatica di un fantasma di cui avere paura e offrendo poi la possibilità di combatterlo. In pratica viviamo in un gioco di ruolo.

Del resto riconosciamo che la disgregazione dei rapporti sociali è forse la peggiore delle conseguenze delle politiche di distruzione del welfare messe in atto dai governi e in particolare, a Carrara, dalle amministrazioni, che si sono succeduti negli anni. Un piano ben eseguito attraverso lo spostamento degli investimenti dei soldi pubblici da sanità, scuola, ammortizzatori sociali e servizi, a grandi opere inutili. Così oggi viviamo quartieri degradati, spazi pubblici abbandonati o sottratti alla collettività perché inagibili, luoghi della cultura, fondamenti dell’aggregazione sociale, che crollano sotto i nostri occhi; case vuote e abbandonate da anni; scuole pericolanti.
Gli abitanti di questo paese hanno da riscuotere qualche credito con questa amministrazione: un paio di teatri, un cinema, una biblioteca e centinaia di case per chi una casa non ce l’ha e per chi invece è costretto a svuotarla dal fango una volta l’anno.
La soluzione alla disgregazione dei rapporti sociali è quella di creare le condizioni per cui le persone debbano tornare a condividere spazi, cooperare perché siano spazi vivi e belli, combattere il degrado e l’abbandono da protagonisti. Siamo convinti che siano le persone stesse a doversi riappropriare di ciò che gli è stato sottratto, tanto dei luoghi quanto dei diritti quanto degli spazi di agibilità politica e non solo. Solo l’autodeterminazione e il protagonismo di chi vive in prima persona una mancanza, un disagio, può innescare un reale cambiamento a partire dalle piccole realtà di quartiere fino a quelle più grandi. Le armi contro le dinamiche di controllo di fantomatici PCV sono cooperazione, solidarietà, protagonismo e riappropriazione.

L’altro aspetto che ci allarma è quello della repressione e, soprattutto, della risposta alla repressione.
Non è nuova la notizia che l’amministrazione di Carrara ha fatto uso di denunce (tra l’altro ridicole e infondate) per sedare il dissenso, la cosa nuova è che si baratta esplicitamente l’uso di ogni dispositivo repressivo con una sorta di invito all’autocontrollo e all’allentamento delle tensioni fra istituzione e popolazione. In parole povere una formula che suona così “se state buoni, non vi denunciamo”.

La proposta dell’amministrazione è quella di abbassare la tensione. Eh grazie! Ci viene da dire.
Abbassare la tensione sta a pacificazione sociale, come Programma di controllo del Vicinato sta a Ronde Cittadine. E la cosa più allarmante è che in consiglio comunale ieri qualcuno, tra gli auditori che fino a qualche tempo fa non si risparmiavano urla, si concedeva di sedare il dissenso come se fosse investito di un ruolo a valle di un non meglio precisato accordo preso tra un gruppo di “dissidenti” e il Presidente del Consiglio Comunale.

Ma veniamo a qualche rapida considerazione a riguardo, nella speranza che chi ancora crede che questo sistema amministrativo sia un fallimento totale, abbia lo stimolo a non accettare sedativi.
Non si illuda l’amministrazione carrarese di avere spento gli animi. Abbassare la tensione non è nel nostro interesse, spegnere i focolai di conflitto non offre alcuno scenario positivo a chi non detiene il potere. Noi siamo coscienti che i potenti hanno il vantaggio di agire violenza con metodi molto efficaci e poco percepibili quando il conflitto è annullato, quando il dissenso si esprime con educazione, quando lo spazio di agibilità e quello determinato dal potere stesso. Una violenza spesso non percepita ma quotidiana, una violenza che si esprime in modo devastante ad ogni alluvione, ma che striscia da tempo nella progettazione del Waterfront. Una violenza fatta di sprechi, ricatti e sfruttamento delle persone e del territorio. Noi non lasceremo che sia il nemico a scegliere il campo di battaglia. Noi sappiamo che lo scenario conflittuale costringe il potere a smascherare il suo volto violento, sappiamo che quando per sedare il dissenso non è più sufficiente uno “state buoni”, il potere ha solo due chance: o ascoltare le masse e cambiare rotta o metterle a tacere con la violenza e sappiamo che di solito si sceglie la seconda opportunità. Quando la tensione è bassa invece si vota contro una proposta di referendum consultivo circa il destino del porto di Marina di Carrara. Quando la tensione è bassa la voce del popolo viene ignorata.

C’è una brutta notizia: noi non abbiamo fatto accordi, non faremo mai accordi. Il nostro diritto a dissentire non è merce di scambio con nessun genere di intimidazione.

Noi non saremo mai mansueti.

 

“quando subiamo una violenza, chiedere educatamente di non farlo è come chiedere di conservare la pietra che ci è appena stata lanciata in testa”