NoExpo

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A qualche mese di distanza dalla May Day Parade che quest’anno ha aperto la contestazione ad Expo2015, l’attenzione mediatica si è abbassata ma le motivazioni che ci vedono ancora schierati contro Expo e tutto ciò che rappresenta e le iniziative e le pratiche di autorganizzazione e di attività fuori mercato, continuano ad essere alla base di ogni nostra mossa.

Torniamo a quel primo maggio quando Milano è stata attraversata dal corteo colorato della may day, dalle decine di declinazioni della contestazione al modello proposto da Expo su alimentazione, cultura, grandi opere, trasformazione delle città e dei territori, lavoro, casa, identità sessuale, politica internazionale.

Non ci interessa entrare nel merito del dibattito sterile sulle pratiche di conflitto, su questo ci limiteremo a dire che il conflitto ha il primo importantissimo compito di generare discussione e di definire chi sta da che parte: a Milano abbiamo capito chi sta con Expo e chi sta contro Expo e non è strano che di qua dalla barricata ci sono uomini e donne che rivendicano il loro diritto ad abitare -nel senso più ampio del termine- e dall’altra parte ci siano invece TUTTI i rappresentanti di questa classe politica e imprenditoriale, marcia al punto da riuscire a condividere posizioni di difesa della più spudorata fiera dello sfruttamento. A Milano si è distinto perfettamente il paradigma che descrive, ancora oggi in modo preciso, le due razze che popolano il mondo: sfruttati e sfruttatori.

Il corteo del primo maggio ha sfilato dentro Milano con decine di parole d’ordine dicendo no ad Expo e mostrando risposte alternative alle pratiche di omologazione e sfruttamento che Expo sostiene e promuove; e ha mostrato anche la rabbia e la frustrazione di chi non è ascoltato, ha mostrato che quando finiscono giustizia sociale e dialogo  democratico e il potere si arrocca nelle sue fortezze, è il momento del conflitto. Ma Tutta Italia e l’Europa erano in strada a Milano a raccontare quali sono i modelli che vogliamo. Un popolo che occupi le strade, che si prenda le città, un popolo che si riappropri di spazi che gli sono sottratti, spazi fisici e luoghi immateriali come cultura, socialità, diritti e identità.

Sono molte le facce del modello Expo, più esplicite e meno esplicite:il paradigma delle grandi opere inutili è il cuore pulsante di Expo e con essa si è evoluto invadendo in modo evidente ogni spazio. Dal diritto alla casa –expo è contornata da una serie di sgomberi violenti necessari a ripulire i quartieri periferici di Milano in vista della presenza di pubblico-; al diritto all’alimentazione che di expo è tema centrale, che porta la riflessione verso i monopoli delle sementi con la scusa di proteggerci da malattie e rischi improbabili e l’uso di ogm per aumentare la produzione e sfamare il mondo; la speculazione, la mafia, gli appalti e tutto ciò che riguarda il processo di realizzazione di opere pubbliche di questa portata destinate a diventare cattedrali nel deserto a testimonianza della loro vera funzione di generatori di rapporti di scambio fra politica, mafia e classe imprenditoriale; l’identità e la libertà sessuale incastrate in immagini di customers predefiniti e immediatamente serviti di spazi su misura –la Gay Streat- e modelli perfetti di vita –donne in cucina-; i rapporti internazionali, degli ultimi giorni la visita di Netanyau accolto dal presidente del consiglio Renzi con ossequi e cerimonie mentre i suoi soldati sterminano un intero popolo in Palestina; che dire poi del lavoro, da quello degli operai dei cantieri di expo a quello delle migliaia di stagisti, volontari, operatori della fiera dello sfruttamento che lavoreranno gratis per ancora due mesi; che dire dello spreco di denaro pubblico per costruire un teatro degli orrori di questa portata quando più della metà degli uomini e delle donne che abitano questa nazione vivono in condizioni di precarietà e si vedono sottrarre sanità, casa, lavoro, istruzione e di conseguenza la libertà stessa.

Così la May Day ha visto sfilare il movimento noTav, il movimento per l’acqua bene comune, i/le compagn* di NoExpo Pride, i sindacati di base, i lavoratori e le lavoratrici di strike meating, il movimento studentesco, i centri sociali e ancora donne, uomini, famiglie ognuno con la propria individualità e coscienza, ognuno con la propria espressione libera ma tutt* dalla stessa parte della barricata.

Per trasferire questi principi anche nell’ambito del nostro territorio, dobbiamo riflettere proprio sul significato intrinseco di grande opera e sulla capacità di questo tipo di interventi di investire come una grande piovra tutti gli spazi di pensiero e di agibilità sociale e politica. Allora ecco che l’escavazione selvaggia ha tutte le caratteristiche delle grandi opere perché parla di sfruttamento di una risorsa finita con il profitto di pochi e la rimessa della collettività, parla di condizioni precarie e rischio sul lavoro, parla di ricatto occupazionale, di ricaduta sull’ambiente e sul territorio con danni irreversibili; la strada dei marmi è una grande opera, più evidente nella sua forma fisica, porta con se temi come la speculazione, i rapporti politica mafia, appalti ombrosi e inchieste ancora aperte; gli sventolati progetti waterfront e ampliamento del porto sono grandi opere inutili perché non si legano a reali ristrutturazioni e riqualificazioni del sistema città ma si limitano a comprare un vestito nuovo anche qui nell’ottica della speculazione, dello scambio e dello sfruttamento delle risorse che invece sarebbe necessario destinare ad altro. Tutto questo nella città morta: i soldi per sistemare i teatri non ci sono, i soldi per le scuole non ci sono, per la sanità nemmeno, per garantire sicurezza a chi abita le zone al alto rischio idrogeologico e ogni anno si trova a fare i conti con il fango, per loro i soldi non ci sono; per chi non ha casa, per chi non ha lavoro, per questo i soldi non ci sono, ma oltre 500 mln di euro per opere assolutamente premature se non del tutto inutili, quelli escono dal cappello immediatamente.

NoExpo non è una battaglia del momento ma una pratica quotidiana che ognuno di noi porta avanti nei propri territori ogni volta che ci si batte contro le grandi opere inutili e a sostegno dell’unica grande opera: casa, lavoro e reddito per tutt*!

 

alcuni articoli e link della rete NoExpo

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