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êdî bese! È il NO pronunciato da chi vive il fronte di resistenza curdo. Ed è il no che vogliamo dire ad un conflitto globale che si nutre di vite umane.

vostre guerre nostri morti

Approcciare ad un’analisi a valle dei fatti dello scorso venerdì notte a Parigi impone di affrontare una vasta quantità di sfumature e argomenti complessi e diversamente intersecati fra loro. Una strada possibile, che permette di non prescindere da ognuno di questi – da quello umano a quello politico, a quello religioso, economico e del fenomeno migratorio, anche sul piano internazionale – senza restare intrappolati nella sola narrazione, è quella di partire da quei luoghi e da quei popoli in cui si combatte per l’autodeterminazione e l’autonomia e comprendere realmente a chi e a cosa quel no si rivolge.
Allora si scopre che Isis, la Siria di Assad e la Turchia di Erdogan, insieme ai loro alleati, più o meno evidenti, sono i destinatari di quel NO, o meglio “E’ troppo!”, che poi non è che la declinazione curda del “ya Basta!”, il grido di battaglia delle popolazioni indigene del Chiapas.

La percezione che abbiamo di ISIS, così come reso dai media main stream in occidente, è quella di un nemico senza corpo, senza volto; un immaginario costruito ad hoc dall’organizzazione stessa di ISIS e sostenuto dall’informazione occidentale, funzionale alla narrazione che vuole l’opinione pubblica europea malleabile alle facili accelerazioni xenofobe e militariste, alla contrapposizione delle dicotomie cristiani/musulmani e, di conseguenza, alla legittimazione di interventi oppressivi –militari e non- che hanno come unico movente reale quello di tutelare interessi economici ed egemonici, sorti sulle macerie di intere popolazioni, a discapito della libertà e dei diritti fondamentali di ogni essere vivente. L’obbiettivo di creare uno stato di terrore, odio e criminalizzazione di un’intera parte sociale minimizzando la questione ad uno scontro religioso o etnico, non fa altro che consolidare le destre xenofobe che stanno prendendo piede in tutta Europa. La stessa Europa che non prende minimamente in considerazione chi, come Erdogan, strizza l’occhio all’ISIS e lo arma per combattere la popolazione Curda che prova a resistere alle barbarie del Califfato, oppure dall’altra parte la Russia Putiniana che passa, nemmeno troppo sottobanco, le armi ad Assad per “contenere” l’avanzata dell’ISIS.
La stessa Turchia di Erdogan, nemica delle autonomie curde tanto quanto Daesh, autrice e spesso complice delle stragi di vite umane, civili e non, che si consumano nei territori stretti fra Siria, Turchia e Iraq, ospita il g20. Mentre il popolo siriano – percentuale altissima nei flussi migratori verso l’Europa- è stretto nella morsa fra la dittatura di Assad e il terrore dell’ISIS.

E’ chiaro che ISIS è uno degli attori del conflitto globale per il controllo dei territori e del petrolio. Nel cuore di questo conflitto si generano profitti per gli sciacalli della tratta delle armi, dei flussi migratori, l’indotto dei facili spostamenti di opinione pubblica per gli avvoltoi del consenso. Non parliamo solo degli estremismi xenofobi, fascisti e disumani di Salvini e Le Pen ma anche e forse di più, per quei governi di facciata democratica che si propongono come contraltare alle derive dei precedenti ma che in realtà si nutrono di accordi sottobanco intollerabili o di interventi militari ingiustificati come il raid francese in Siria di qualche mese fa, o ancora terreno fertile per quelle dittature insediate nei territori del medio oriente e che soffocano ogni tentativo di emancipazione e sviluppo delle società arabe. Un esempio tutto italiano è l’accordo Renzi – Erdogan grazie al quale la Turchia si impegna a trattenere i flussi migratori verso l’Italia in cambio del silenzio della stampa italiana su quanto accade nei campi profughi a gestione Turca dove si stuprano donne e bambini, spariscono persone nel nulla, è fatto divieto, pena anche la morte, di parlare lingua curda e si lucra sui profughi imponendo una sorta di embargo, grazie al quale gli appalti di fornitura di generi di prima necessità sono assegnati a aziende “compiacenti” e i prezzi sono assimilabili a quelli che si pagano in un resort di lusso.

Insomma, una lunga concatenazione di complicità e compiacimento nella quale diventa difficile distinguere i nemici dagli amici, della quale ISIS (Islamic States of Iraq and Siria), Turchia e Siria compongono solamente la punta dell’iceberg. Un sistema immenso nel quale le potenze occidentali ricoprono il ruolo fondamentale di registi onniscenti: ora interventisti colonizzatori, quando l’interesse economico o di controllo militare del territorio diventano indispensabili al mantenimento delle economie interne e del potere; ora pacificatori ed esportatori di democrazia, quando si tratta di demolire sistemi dittatoriali non compiacenti; ora spettatori ciechi e sordi, quando i movimenti di rivoluzione, fondati sui principi di autodeterminazione, tentano di combattere governi antidemocratici minando indirettamente la solidità del sistema globale perché capaci di esportare un immaginario di alternativa possibile.

Ecco perché scegliamo di leggere questa vicenda esprimendo la nostra solidarietà al processo rivoluzionario innescato e praticato dal popolo curdo, un antidoto autoctono alle condizioni di miseria e di sfruttamento delle quali si nutrono organizzazioni come ISIS, prodotto direttamente dal sistema immunitario dell’umanità e che offre, sia sul piano teorico che su quello pratico, una solida e reale risposta alternativa alle dinamiche fino ad oggi sperimentate nei territori del medio oriente. Allora scopriamo che ISIS e PKK (partito dei Lavoratori del Kurdistan), sono entrambi iscritti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche del consiglio dell’Unione Europea che mostra in questo l’incapacità e la mancanza di volontà di valutare l’opportunità politica di una classificazione affine di questi due soggetti. Mentre ISIS si nutre dell’instabilità, della miseria, della mancanza di scolarizzazione, della disoccupazione, lasciate dalle occupazioni degli stati occidentali nei territori, del sentimento di rivalsa, della minaccia di un Europa che chiude le frontiere ai flussi migratori; il progetto del Rojava, sostenuto dal PKK, contrappone un sogno di convivenza fra culture, religioni e etnie diverse, nel confederalismo democratico teorizzato da Abdulah Ocalan, dove scuola, ecologismo, parità di diritti fra generi e autonomia sono fondamenti determinanti. Lo stesso trattamento è quello riservato dalla coalizione internazionale alle forze democratiche siriane: nè i media nè tantomeno la diplomazia internazionale, sembrano voler prendere in considerazione l’esistenza di una complessità di equilibri politici e si riduce, anche in Siria, alla banalizzazione dicotomica quanto contraddittoria “o con ISIS o con Assad”.

ISIS è il più occidentale degli attori del conflitto in medio oriente, tanto da essere “quasi” l’unico – senza dimenticare l’Iran – capace di avere un ruolo nel conflitto globale. Il terreno sul quale ISIS si riproduce, in Medio oriente come in Africa, è lo stesso che gli stati occidentali stanno coltivando da anni in casa propria con le politiche di austerity, con la demolizione del welfare, la retrocessione su diritti e libertà, la marginalizzazione dei migranti e dei soggetti deboli in generale. La chiusura delle frontiere, proprio quando i flussi migratori verso l’Europa si stavano facendo sempre più intensi e “ingestibili”, è la dimostrazione di come i governi vedano come unica strategia politica quella della radicalizzazione delle politiche sull’immigrazione; irrigidire i il codice penale per bloccare il terrorismo, non capendo che così si dà solamente una risposta all’effetto e non alla causa.
Ma a chi dobbiamo chiudere le frontiere? Infatti il sedicente Stato Islamico non è riconosciuto dal diritto internazionale e tanto meno va sovrapposto al mondo dell’Islam che, da subito, ne ha preso le distanze condannando le barbarie che questa organizzazione terroristica ha perpetrato fino ad oggi. Di fatto, è chiaro che la nazionalità dei militanti di ISIS non è riconducibile ad uno stato in particolare, tanto che alcuni hanno nazionalità europea. Ci chiediamo anche perché, dopo i fatti di Parigi, non si sia parlato dell’attentato in Libano, quasi in parallelo (tutti mussulmani), forse perché figli di un “Allah minore”? Allora ci sorge il dubbio che la azione/reazione della Francia e dell’Europa sia un alibi politico di chi ha interesse a mantenere proprio lo scettro del terrore, al solo fine del controllo. Infatti, come abbiamo potuto vedere negli ultimi giorni, i Jiahadisti si incontrano e si “formano” all’interno delle moschee più radicali e magari improvvisate in qualche sotto scala (come in Italia dove non esiste una legge che legittimi i luoghi di culto come le moschee), nelle carceri e nei luoghi di disagio delle nostre città, per questo vorremo sottolineare che non si tratta di una guerra santa. Se di guerra santa vogliamo parlare, allora l’unico Dio nel nome del quale questa guerra viene combattuta ha un nome solo ed è “capitale”.

Siamo convinti che lo sforzo debba essere fatto proprio nella costruzione di un terreno sul quale ISIS non attecchisca, che è lo stesso sul quale non attecchiscono le degenerate tesi salviniane sulla presunta coincidenza fra terroristi e musulmani, fra musulmani e migranti e, per para-scientifica proprietà transitiva, fra terroristi e migranti, secondo la quale la chiusura delle frontiere o un inasprimento di controlli ed espulsioni, potrebbero essere la risposta adatta ad arginare il pericolo del terrorismo. Siamo convinti che missili e bombe, qualunque sia la mano che li lanci, siano fertilizzanti del terreno di cui sopra. Siamo convinti che la risposta passi per l’autorganizzazione dei popoli perché, dove ci si organizza in comunità aperte, solidali e pronte al dialogo – come ad esempio le regioni Autonome del Rojava, le prime a combattere in prima linea l’ISIS, a volte ricacciandoli e riprendendo le proprie città come Kobane – non ci sarà spazio né per l’odio, che sia Jihadista o neofascista, né per il terrore. Siamo convinti che sia arrivato il momento per l’occidente di dire il suo “ora basta!”.
Basta, sentirsi superiori e intoccabili per cui un bilancio di un migliaio di morti europei, poche migliaia se si includono gli Stati Uniti, debba valere più delle decine di migliaia di morti, solo in mare, tra coloro che fuggono dalle guerre che noi stessi abbiamo generato.
Basta con l’arroganza di scegliere quali rivoluzioni appoggiare e quali debellare, quali governi, quali sistemi.
Basta con l’idea che il sistema che abbiamo creato sia quello da difendere ad ogni costo.
Rivendichiamo il diritto di scendere nelle piazze, riprenderci i locali, le strade, riprendere in mano la nostra vita, non nascondendoci e rinchiudendoci fomentando odio e sospetto, perché se lasciamo che soggetti come Le Pen, Sarkozy, Gasparri, Salvini siano la risposta a tutto questo, la “nostra guerra” sarà già persa.

Guardiamo a chi sta resistendo ad un nemico che ci spaventa più di ogni altra cosa al mondo, guardiamo quel nemico con gli stessi occhi con cui lo guardano scappare le guerrigliere del YPG, con gli occhi di chi lo ha sconfitto nonostante l’avversione di Erdogan e del suo esercito che ha massacrato centinaia di curdi nelle loro stesse case.

Ribadiamo la nostra solidarietà a tutte le famiglie che in quel maledetto venerdì hanno perso i propri cari, colpevoli solamente di vivere.

“Solo il popolo salva il popolo, Solo i popoli salvano i popoli”

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In questi giorni, abbiamo appreso del terribile quanto ignobile attentato firmato dai Daesh (organizzazione armata jihadista alleata dell’ISIS) a Suruc, città gemella di Kobane in territorio turco.

Sono trenta, la maggior parte student* coloro che hanno perso la vita in seguito al vile attentato suicida al centro culturale di Suruc Amara, che ha ospitato in questi mesi anche le staffette di Rojava calling.
Trenta giovan* che, armati di un sogno rivoluzionario, si stavano dirigendo verso il simbolo delle rivolte Kurde, la oramai ben nota città di Kobane, per dare aiuti umanitari, carichi di giocattoli, vernici, medicinali e tutto ciò che serve per poter ricominciare, per ricostituire la città simbolo della resistenza, martoriata dalla furia dell’ ISIS per il suo valore, per ciò che rappresenta, per ciò che ha prodotto.
Non possiamo guardare a ciò che è successo se non con rabbia e dolore, solidarietà e indignazione.

Oltre a questo, vorremmo fare alcune riflessioni e tentare di inquadrare questo attentato in una cornice più ampia, uscendo dalla retorica e inutile cronaca fine a se stessa tipica dei media mainstream.

Una prima considerazione, evidente anche per i meno esperti, è come questo sia il primo attentato rivendicato dai Daesh in territorio turco e non siriano – dove si trova Kobane che da mesi è sotto attacco -. Questo non può che rimandare agli accordi tra la Turchia e l’Iraq di Saddam, dove venivano concessi sconfinamenti ad ambo le parti al fine di perseguitare i kurdi ed in particolare i militanti del pkk (il partito dei lavoratori del kurdistan) allora rifugiati in Iraq. Non è azzardato ipotizzare un lasciapassare dei servizi turchi, a favore dell’Isis, per questo genere di attentati; vista anche la situazione, creatasi dopo le elezioni, per il governo Erdogan con l’evidente perdita di consensi. Consensi che hanno invece favorito l’hdp (partito democratico kurdo), con la conseguenza di un’inibizione degli interventi governativi diretti contro i kurdi, anche grazie all’attenzione riscossa in tutto il mondo dalla resistenza kurda dall’inizio dell’attacco dell’Isis a Kobane.

Leghiamo una seconda considerazione: non è il primo attentato avvenuto in Turchia negli ultimi mesi, nè molto probabilmente sarà l’ultimo. Ci si riferisce a quella che potremmo definire senza troppe forzature la “piazza della loggia turca/kurda”: l’attentato avvenuto il 5 Giugno (le elezioni si sarebbero tenute solo 2 giorni dopo) a Diyarbakir – capoluogo non ufficiale del Kurdistan turco – durante la più grande manifestazione elettorale del Partito Democratico Curdo, nella sede del Congresso della Società Democratica (kcd) -piattaforma che riunisce tutte le ong, associazioni e partiti curdi, e che nel 2011 ha dichiarato un'”autonomia democratica” di gestione, pur rimanendo all’interno dell’integrità territoriale turca. Attentato finalizzato, ovviamente, a scoraggiare prese di posizione filo kurde ed anti-Erdogan in sede elettorale.

È solo studiando la storia (quella turca, quella kurda, e quella in generale delle varie strategie della tensione che si sono perpetrate più volte nel mondo) che possiamo interpretare da un punto di vista – il più possibile – corretto tutte queste tragedie. Studiando la storia recente la quale ci ricorda la gioia, nemmeno troppo celata, del presidente Erdogan mentre dichiarava che “Kobane sta per cadere“. Ma anche di quando Davutoglu, ancora Ministro degli affari esteri, proclamava che DAESH poteva essere vista come una struttura radicale ma che erano stati “lo scontento e l’indignazione precedenti” a provocare questa “reazione”. Oppure, ancora, un mese fa la stampa dell’akp (il partito di Erdogan) annunciava a gran voce sulle proprie copertine, riferendosi a fonti militari, che “il PYD è più pericoloso di DAESH“. E come dimenticare la fotografia che mostrava il sorriso per nulla preoccupato di un terrorista jihadista durante un interrogatorio da parte della polizia Turca. O studiando quella antica: basti pensare a come le organizzazioni kurde che avevano contribuito e lottato per la nascita di uno stato bi-nazionale vennero smantellate dalla borghesia e dai nazionalisti turchi. Stessa fine toccò all’epoca per le organizzazioni marxiste-leniniste.

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Non è un caso quindi che la rabbia scatenata da questi attentati sia stata mossa, in diverse città (Istanbul, Siirt, ‪Cizre, ‪Mersin, ‪Hakkari and ‪Viranesehir, ‪SuructaKatliamVar) dai militanti kurdi/turchi verso le forze armate dello stato turco ritenuto complice se non mandante o collaboratore degli stessi attentati; per non parlare della segregazione che fin dalla sua nascita muove contro i kurdi.

Sempre per questo ruolo di mandante non dichiarato dello Stato turco. è tornato a muoversi il PKK (partito dei lavoratori del kurdistan), dichiarando finito il “cessate il fuoco” promosso dal suo leader Ocalan (tutt’ora detenuto nelle carceri turche) con il discorso per l’ultimo newroz (il capodanno kurdo) tramite le sue frange armate (l’ydg-h e l’hpg), che ha rivendicato l’uccisione di due poliziotti turchi a Ceylanpinar.

In ultima analisi, pensiamo che, laddove non tutti i governi si sono schierati dalla parte del Rojava, questa mancanza sia stata colmata dalla parte migliore dei popoli. E’ questa la via maestra percorribile dai militanti che non si trovano al momento in Kurdistan per auspicare un cambio di rotta nella direzione del governo turco, rotta che limiti se non debelli completamente tutte le varie azioni repressive e anti-kurde messe in atto dalla Turchia.
Come il bavaglio messo, dopo l’ultimo attentato, a Twitter al fine di evitare che la verità salga a galla. Bavaglio già usato durante le rivolte di piazza Taksism.

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È ancora lungo e difficile il cammino che potrà svelare le verità nascoste in questa guerra e togliere il pkk dalla lista nera della Nato delle organizzazioni terroristiche, ma lo spirito del popolo kurdo rappresenta la speranza e l’esempio per tutt* noi.

Per concludere vogliamo ripubblicare le parole scritte poco prima di morire da uno dei ragazzi presenti a Suruc:

Ciao, sono Alper Sapan. Sono un anarchico di 19 anni. Sono contro l’ingiustizia, lo sfruttamento e la tirannia dello stato. Condanno la gente che si uccide a vicenda, la violenza e lo stato. Sento la voce interiore della mia coscienza gridare per la libertà e mi rifiuto di servire nell’esercito, per un mondo senza guerre, nazioni né confini, dove nessuno possa essere un soldato, dove nessuno possa uccidere gli altri. Se il militarismo ci uccide, dovremmo uccidere il militarismo.

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“Di fronte alla barbarie jihadista e ai suoi collaboratori, opporremo il sorriso pieno di audacia e di speranza che quei giovani rivoluzionari, morti sulla strada verso Kobane, ci hanno lasciato in eredità. E’ continuando la loro battaglia che faremo vivere lo spirito di solidarietà che li animava.

Per il diritto all’autodeterminazione del popolo kurdo!

DAESH assassino, AKP collaboratore!”

Comunicato di Yeniyol sull’attentato di Suruç

La nostra solidarietà va a tutti* coloro che difendono la propria terra e i propri diritti a costo della propria vita, viaggiando sempre in direzione ostinata e contraria!

Collettivo H.