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In questi giorni, abbiamo appreso del terribile quanto ignobile attentato firmato dai Daesh (organizzazione armata jihadista alleata dell’ISIS) a Suruc, città gemella di Kobane in territorio turco.

Sono trenta, la maggior parte student* coloro che hanno perso la vita in seguito al vile attentato suicida al centro culturale di Suruc Amara, che ha ospitato in questi mesi anche le staffette di Rojava calling.
Trenta giovan* che, armati di un sogno rivoluzionario, si stavano dirigendo verso il simbolo delle rivolte Kurde, la oramai ben nota città di Kobane, per dare aiuti umanitari, carichi di giocattoli, vernici, medicinali e tutto ciò che serve per poter ricominciare, per ricostituire la città simbolo della resistenza, martoriata dalla furia dell’ ISIS per il suo valore, per ciò che rappresenta, per ciò che ha prodotto.
Non possiamo guardare a ciò che è successo se non con rabbia e dolore, solidarietà e indignazione.

Oltre a questo, vorremmo fare alcune riflessioni e tentare di inquadrare questo attentato in una cornice più ampia, uscendo dalla retorica e inutile cronaca fine a se stessa tipica dei media mainstream.

Una prima considerazione, evidente anche per i meno esperti, è come questo sia il primo attentato rivendicato dai Daesh in territorio turco e non siriano – dove si trova Kobane che da mesi è sotto attacco -. Questo non può che rimandare agli accordi tra la Turchia e l’Iraq di Saddam, dove venivano concessi sconfinamenti ad ambo le parti al fine di perseguitare i kurdi ed in particolare i militanti del pkk (il partito dei lavoratori del kurdistan) allora rifugiati in Iraq. Non è azzardato ipotizzare un lasciapassare dei servizi turchi, a favore dell’Isis, per questo genere di attentati; vista anche la situazione, creatasi dopo le elezioni, per il governo Erdogan con l’evidente perdita di consensi. Consensi che hanno invece favorito l’hdp (partito democratico kurdo), con la conseguenza di un’inibizione degli interventi governativi diretti contro i kurdi, anche grazie all’attenzione riscossa in tutto il mondo dalla resistenza kurda dall’inizio dell’attacco dell’Isis a Kobane.

Leghiamo una seconda considerazione: non è il primo attentato avvenuto in Turchia negli ultimi mesi, nè molto probabilmente sarà l’ultimo. Ci si riferisce a quella che potremmo definire senza troppe forzature la “piazza della loggia turca/kurda”: l’attentato avvenuto il 5 Giugno (le elezioni si sarebbero tenute solo 2 giorni dopo) a Diyarbakir – capoluogo non ufficiale del Kurdistan turco – durante la più grande manifestazione elettorale del Partito Democratico Curdo, nella sede del Congresso della Società Democratica (kcd) -piattaforma che riunisce tutte le ong, associazioni e partiti curdi, e che nel 2011 ha dichiarato un'”autonomia democratica” di gestione, pur rimanendo all’interno dell’integrità territoriale turca. Attentato finalizzato, ovviamente, a scoraggiare prese di posizione filo kurde ed anti-Erdogan in sede elettorale.

È solo studiando la storia (quella turca, quella kurda, e quella in generale delle varie strategie della tensione che si sono perpetrate più volte nel mondo) che possiamo interpretare da un punto di vista – il più possibile – corretto tutte queste tragedie. Studiando la storia recente la quale ci ricorda la gioia, nemmeno troppo celata, del presidente Erdogan mentre dichiarava che “Kobane sta per cadere“. Ma anche di quando Davutoglu, ancora Ministro degli affari esteri, proclamava che DAESH poteva essere vista come una struttura radicale ma che erano stati “lo scontento e l’indignazione precedenti” a provocare questa “reazione”. Oppure, ancora, un mese fa la stampa dell’akp (il partito di Erdogan) annunciava a gran voce sulle proprie copertine, riferendosi a fonti militari, che “il PYD è più pericoloso di DAESH“. E come dimenticare la fotografia che mostrava il sorriso per nulla preoccupato di un terrorista jihadista durante un interrogatorio da parte della polizia Turca. O studiando quella antica: basti pensare a come le organizzazioni kurde che avevano contribuito e lottato per la nascita di uno stato bi-nazionale vennero smantellate dalla borghesia e dai nazionalisti turchi. Stessa fine toccò all’epoca per le organizzazioni marxiste-leniniste.

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Non è un caso quindi che la rabbia scatenata da questi attentati sia stata mossa, in diverse città (Istanbul, Siirt, ‪Cizre, ‪Mersin, ‪Hakkari and ‪Viranesehir, ‪SuructaKatliamVar) dai militanti kurdi/turchi verso le forze armate dello stato turco ritenuto complice se non mandante o collaboratore degli stessi attentati; per non parlare della segregazione che fin dalla sua nascita muove contro i kurdi.

Sempre per questo ruolo di mandante non dichiarato dello Stato turco. è tornato a muoversi il PKK (partito dei lavoratori del kurdistan), dichiarando finito il “cessate il fuoco” promosso dal suo leader Ocalan (tutt’ora detenuto nelle carceri turche) con il discorso per l’ultimo newroz (il capodanno kurdo) tramite le sue frange armate (l’ydg-h e l’hpg), che ha rivendicato l’uccisione di due poliziotti turchi a Ceylanpinar.

In ultima analisi, pensiamo che, laddove non tutti i governi si sono schierati dalla parte del Rojava, questa mancanza sia stata colmata dalla parte migliore dei popoli. E’ questa la via maestra percorribile dai militanti che non si trovano al momento in Kurdistan per auspicare un cambio di rotta nella direzione del governo turco, rotta che limiti se non debelli completamente tutte le varie azioni repressive e anti-kurde messe in atto dalla Turchia.
Come il bavaglio messo, dopo l’ultimo attentato, a Twitter al fine di evitare che la verità salga a galla. Bavaglio già usato durante le rivolte di piazza Taksism.

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È ancora lungo e difficile il cammino che potrà svelare le verità nascoste in questa guerra e togliere il pkk dalla lista nera della Nato delle organizzazioni terroristiche, ma lo spirito del popolo kurdo rappresenta la speranza e l’esempio per tutt* noi.

Per concludere vogliamo ripubblicare le parole scritte poco prima di morire da uno dei ragazzi presenti a Suruc:

Ciao, sono Alper Sapan. Sono un anarchico di 19 anni. Sono contro l’ingiustizia, lo sfruttamento e la tirannia dello stato. Condanno la gente che si uccide a vicenda, la violenza e lo stato. Sento la voce interiore della mia coscienza gridare per la libertà e mi rifiuto di servire nell’esercito, per un mondo senza guerre, nazioni né confini, dove nessuno possa essere un soldato, dove nessuno possa uccidere gli altri. Se il militarismo ci uccide, dovremmo uccidere il militarismo.

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“Di fronte alla barbarie jihadista e ai suoi collaboratori, opporremo il sorriso pieno di audacia e di speranza che quei giovani rivoluzionari, morti sulla strada verso Kobane, ci hanno lasciato in eredità. E’ continuando la loro battaglia che faremo vivere lo spirito di solidarietà che li animava.

Per il diritto all’autodeterminazione del popolo kurdo!

DAESH assassino, AKP collaboratore!”

Comunicato di Yeniyol sull’attentato di Suruç

La nostra solidarietà va a tutti* coloro che difendono la propria terra e i propri diritti a costo della propria vita, viaggiando sempre in direzione ostinata e contraria!

Collettivo H.

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commenti
  1. […] Hebdo, quando ci si deve esprimere contro un nemico universalmente (e ad oggi nemmeno più tanto, visti gli episodi in Turchia) riconosciuto tale, come il fondamentalismo […]

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